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L'acqua non può diventare una merce PDF Stampa E-mail

Nel XVIII secolo Adam Smith negava che all'acqua potesse essere attribuito un valore di scambio, che potesse diventare una merce. Oggi la realtà ha ampiamente superato le infantili illusioni del pensiero economico settecentesco. Quella che dovrebbe essere una delle condizioni di base del diritto alla vita e alla salute è entrata ormai a pieno titolo nei circuiti monetari e finanziari, oggetto di un accelerato processo di appropriazione privata.

In questo quadro si inseriscono anche le direttive comunitarie che richiedono (o almeno questo è quello che il Governo Berlusconi afferma) di gestire in regime di libera concorrenza il settore idropotabile, abbandonando le forme dei contratti "in house" a prevalente partecipazione pubblica. In realtà (almeno per quanto è dato sapere) queste direttive impongono delle clausole piuttosto strette che riducono in modo drastico l'autonomia delle società concessionarie ("controllo analogo") e impongono di non diversificare l'attività limitandola al "core business" del settore idrico ("attività prevalente"). Ma, al di là del generale "delirio" neoliberista (indotto anche dal maggiore peso che hanno in Europa le élites politiche dei paesi ex-comunisti), bisogna considerare che clausole di questo tipo, se potrebbero essere efficaci in Paesi dotati di un solido impianto democratico, rischiano di restare lettera morta in un Paese, come il nostro, caratterizzato da inquietanti derive autoritarie e da gruppi di potere che si fanno forti di una continua confusione e sovrapposizione tra interesse pubblico e interessi privati.

In queste condizioni è illusorio pensare che "la politica" possa dettare regole strette ai gestori privati, costretti ad attenervisi rigidamente a rischio altrimenti di veder rescisso il contratto di gestione. L'esperienza che abbiamo accumulato in questi anni ci dice, invece, che "la politica" è quasi sempre del tutto prona agli interessi privatistici delle diverse lobby (agricoltori, idroelettrici, ecc.) e che, anche in presenza di "regole" ben precise (si veda il triste caso del DMV-deflusso minimo vitale nelle derivazioni irrigue o dei misuratori dei pozzi), la scelta prevalente è quella delle "deroghe" e della mancanza di controlli e di sanzioni. Risulta allora della massima importanza far pressione perché si escluda dal mercato il settore idropotabile.

Rimane aperta la necessaria riflessione su quanto è accettabile e quanto va radicalmente modificato (in questa prospettiva) della forma gestionale attuale, caratterizzata in gran parte da aziende a prevalente partecipazione pubblica che, però, agiscono come s.p.a., secondo criteri di profitto, di fatturato e di mercato. Valga per tutti l'esempio, riportato dai giornali, del responsabile di una di queste aziende che lamentava il calo dei profitti a fronte di una (virtuosa!) tendenza degli utenti a risparmiare l'acqua potabile.
La domanda che non possiamo non farci è: questo tipo di aziende che garanzie ci possono dare sul piano della tutela e del risparmio delle risorse idriche? Ma ancora: essendo spesso un settore caratterizzato da "trasferimenti" incrociati di dirigenti "prestati" dalla politica (o viceversa), che garanzia abbiamo che esso possa seguire (in termini di tutela, di efficienza, di risparmio) un sistema di regole derivanti dalla legislazione o, per converso, che "la politica" abbia una qualche volontà di farle rispettare?
Ma pensiamo anche al problema dell'efficienza. In presenza di una rete acquedottistica che, in media, fa riscontrare  perdite sempre superiori al 50% di quanto captato all'origine, quali saranno le possibilità di investimento per correggere questa situazione (a dir poco) scandalosa? La questione dell'efficienza è centrale in tutti i servizi pubblici e, purtroppo, non bastano le sole (e sacrosante!) prese di posizione antiliberiste per garantire livelli accettabili (pensiamo al settore dei trasporti o a quello dei rifiuti…).

Questo ordine di problemi si "sente" molto bene quando si comincia a parlare di tariffe. Se, lo ripetiamo, è, nel nostro Paese, forse illusorio sperare che "la politica" possa imporre regole come una rigida proporzionalità tra tariffe e investimenti migliorativi, è preoccupante sentire "agitare" da molti personaggi la parola d'ordine populista delle "bollette a basso prezzo". Su questo punto varrebbe la pena di essere chiari: il ciclo dell'idropotabile, dalla fonte al depuratore, ha dei costi che, di per sé, non sono bassi; la garanzia di un buon uso della risorsa passa anche attraverso un ciclo ben gestito, che non disperda lungo le tubazioni e che restituisca all'ambiente dei reflui non più nocivi. Cosa proporre, allora? La soluzione (non populista) è quella che sia garantito, limitatamente alle fasce economicamente deboli, un quantitativo minimo "a prezzo politico", per poi modulare progressivamente il peso tariffario, colpendo pesantemente gli usi eccessivi e improprii (il lavaggio auto, le piscine, ecc.), stimolando anche, in questo modo, le buone pratiche del risparmio.

Vengono poi i problemi di scala. Qual è la dimensione gestionale più corretta per il settore idropotabile? È vero che "piccolo è bello"? È credibile che i piccoli comuni, soprattutto montani, già "strozzati" dai tagli di Tremonti, Calderoli & co., possano gestire, in nome del "possesso" della risorsa, il ciclo idropotabile (captazione, rete distributiva, depurazione) senza provocare danni o sprechi? In realtà (vedi situazione piemontese) attraverso gli ATO si può anche arrivare a garantire una notevole disponibilità di risorse che "ritornano" alla montagna (vedi tutta la "partita" della MOT-manutenzione ordinaria del territorio).

Marco Baltieri - Legambiente Circolo Val Pellice    

 

 
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